martedì 14 aprile 2015

Siamo creature di un Dio comunicativo



“Allora comincio a scrivere, solo per comunicare e trovare altre persone che facciano lo stesso e scrivendo o no, intravedano ciò che vogliono dalla loro vita, dalal realtà in generale; sappiano descrivere davvero ciò che amano di più e ciò che, pur non amandolo, lo considerano, rispettano e se ne prendono cura.”
(Antonietta Potente, op Umano più umano, Le Piagge)

Siamo figlie e figli di un Dio creativo e innamorato dell'umanità, un esperto di comunicazione, diremmo oggi. L’incarnazione è l’esempio più alto di comunicazione, come desiderio di relazione, di incontro, di prossimità. Il Vangelo, una scuola di Comunicazione 2.0: frasi spot, parabole e simbologie, immagini evocative, silenzi e l’impiego attento del corpo, la cura dei dettagli.
Per noi cristiani, quindi, usare le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, dovrebbe essere naturale, parte integrante della nostra evangelizzazione. Entrare in sintonia con la comunicazione di Gesù, ci consente di imparare ad abitare il silenzio, come luogo sacro di comunicazione profonda. Fare del silenzio abitato e consapevole il criterio ermeneutico dell’evangelizzazione 2.0; ecco il nostro specifico: bucare il rumore con il silenzio che è ascolto attento.

Sono già diversi anni che lavoro nell’ambito della Comunicazione in Istituti religiosi e non ho mai separato il mio sentirmi abitata dal mistero dal mio lavoro di “comunicatrice”. Quando ciò che sentiamo dentro è troppo bello trabocca, esce, quasi esplode e non possiamo non comunicarlo. Le Buone notizie sono dirompenti, incontenibili, fanno pressione dentro di noi per uscire e trovare canali per essere condivise, sparse, annunciate, vissute, dette. Prendere la parola è un atto meravigliosamente umano: oggi il digitale ci consente spazi di partecipazione inauditi. Per la mia esperienza, abitarli è una necessità. È interessante notare come i grandi mistici non potevano fare a meno di scrivere dell’esperienza che facevano di Dio: scrivere perché se ne sentivano inondati, ma anche perché altri ne godessero. Penso a Teresa di Gesù, della cui spiritualità mi nutro nella Congregazione dove lavoro, la Compagnia di Santa Teresa di Gesù, che ha scritto tantissimo perché ciò che sentiva era incontenibile.
Comunicare nei vari social network con testi, immagini, video, infografiche, musica vuol dire accogliere l’invito a essere persone in relazione, votate all’incontro, incuriosite e affascinate dall'altro/a.
La comunicazione è efficace non quando è perfetta sul piano tecnico, ma quando è capace di toccare il cuore delle persone, di svegliarle dall’apatia, di muoverle all’amore e alla compassione. La comunicazione che evangelizza è ricca di anima, di spessore. Non si tratta di inondare il digitale di immagini sacre, ma curare ciò che condividiamo e pubblichiamo perché dica del bello che abbiamo sperimentato e che vogliamo narrare. Comunichiamo per risvegliare il desiderio del mistero nei cuori delle persone.
L’icona che, a mio avviso, sintetizza bene l’obiettivo e il metodo del nostro comunicare evangelizzando è la visita di Maria a Elisabetta. L’incontro, l’abbraccio, il saluto smuovono le viscere mie e dell’altra; creano un movimento che interroga, trasforma, orienta al bene e al bello. Mi sono sempre domandata se esistesse uno specifico femminile nella comunicazione social. Forse, questa capacità femminile di smuovere energie profonde (viscere), può essere quello specifico non esclusivo.
Per saper comunicare bene, oggi nel mondo della complessità, serve una formazione adeguata e professionale e una sensibilità profonda nel saper essere autentici, perchè il nostro comunicare odori sempre di verità, umiltà e compassione.
Patrizia Morgante

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