martedì 23 giugno 2015

All'anima della crisi!



“L'arte delle domande, l'arte delle storie, l'arte delle mani: sono tutte il frutto di qualcosa, e questo qualcosa è l'anima. Ogni volta che alimentiamo l'anima, è garantita una crescita.”
Clarissa Pinkola Estés

Scrivo questi pensieri a voce alta nel giorno dell'equinozio di primavera. Mi piace pensare che la “ripresa” che ci vanno ripetendo da più parti, sia proprio come questo risveglio naturale, quest'apertura gratuita della vita che, fedele nelle stagioni, ci ricorda che la vita è movimento centrifugo/centripeto, contrazione/apertura, evoluzione/regressione. Sono convinta che non ci basti una riduzione della disoccupazione (servirebbe una controtendenza significativa perché il beneficio si senta nelle famiglie), per aumentare il benessere integrale del popolo. La crisi ha causato una ferita esistenziale in noi e nella nostra società (mi limito a riferirmi al nostro paese): ora è tempo di lenire, ricucire, sanare. Per questo non bastano misure di tipo economico, finanziario e politico. Ci serve nutrire una competenza del vivere differente. Siamo in ottima compagnia in questo cammino: ci sono tante e tanti che lo stanno già facendo, percorrendo vie antiche ma rinnovate, alimentando circuiti vitali e segreti (segreti perché ci sono pochi spazi per narrarli, non perché desiderino rimanere tali) e stili inediti.

            “Non sono un economista, eppure questa congiura del silenzio, non sulla crisi (se ne parla anche troppo), ma sulle sue cause e sui rimedi che si vanno dando per risolverla, non è più sopportabile.”* E' sicuramente una delle parole più pronunciate negli ultimi anni: crisi. Qui ne voglio parlare pensando agli effetti sulla nostra interiorità, sulla nostra spiritualità, sulla nostra anima. Ognuno dovrebbe domandarsi: che echi ha la crisi sulla qualità della mia vita? E sulle mie relazioni interiori e sociali?       
                                                                                                                                                                                                                                                                               
              È doveroso premettere che, come molti altri, penso che ciò che stiamo vivendo sia una crisi di “ignoranza antropologica”, come l'ha definita Roberto Mancini in una conferenza. Una crisi che mette in subbuglio il nostro essere persone umane che abitano in questa casa, la terra o, ancora meglio, il cosmo.
            Una caratteristica sostanziale del nostro tempo è che, pur nella grande varietà di culture e cosmovisioni, ci insegnano che esiste un solo modo di vivere inscritto dentro il modello neoliberista, fatto di crescita illimitata, dominio delle multinazionali, speculazioni finanziarie, pensiero unico, potere come dominio, forza militare. Questa visione monoculare ci dà l'impressione che il cambiamento non dipenda da noi, che qualsiasi cosa facciamo sia inutile di fronte a delle forze gigantesche, che non siamo neanche in grado di nominare: governi corrotti, corporations potenti, terrorismo, solo per citarne alcuni.
            Cosa succede alla nostra anima in questa visione monocolore? A mio avviso si crea come un'oppressione dentro, alla quale ci abituiamo e ci devasta come un virus, senza rendercene conto.  La persona umana, per sua natura, è proiettata ad agire per incidere sulla realtà, per lasciare segni, per creare: se la realtà ci manda il messaggio che non serve questa nostra capacità generativa e produttiva ci deprimiamo, si annulla la nostra energia vitale, ci scoraggiamo, si annienta l'anima. Ci disumanizziamo, ci meccanicizziamo. Un giorno una biblista mi disse: “Hai notato che le prime parole che Dio rivolge all'umanità nel Vangelo, “unitevi e moltiplicatevi”, sono inviti all'abbondanza, alla fecondità, alla fertilità, alla generatività?” No, non ci avevo fatto caso.
            Se non vogliamo soccombere al disanimo e all'oppressione dell'anima, dobbiamo farci autori e autrici di un'altra narrazione, di una cosmologia differente che parta dai nostri bisogni più profondi, dal nostro essere persone di spirito, capaci, cioè, di sogni, di cogliere il non già e un oltre, di percepire una nostalgia di bellezza che ci appartiene.
            Nella narrazione monocolore spendiamo molte energie a controllare la realtà perché non ci sovrasti, o a giudicare noi stessi e gli altri, o a tenere a bada i nostri desideri di bene, buono e bello perché non trovano spazi per esprimersi. “Non ho tempo” è una frase che tutti e tutte pronunciamo spesso. Non ho tempo di fare una passeggiata, di andare a un cinema, di godermi un tramonto. Abbiamo assunto per la nostra vita affettiva e spirituale, senza sceglierlo coscientemente, lo stesso criterio monetario ed economicista del modello unico: dove tutto si conta e nulla si può fare gratuitamente, semplicemente per il gusto di farlo. Tutto è negozio (attività per coprire una necessità), e l'ozio (un'attività fine a se stessa) è scoraggiato, perché non è monetizzabile.
            In questo quadro non ci rimangono forze, mentali e interne, per sognare e progettare un altro modo di vivere. Per aiutarci a diventare sensibili alle nostre oppressioni, possiamo domandarci: dove sento che sta il mio spirito? Cosa mi nutre e dà energia? Cosa alimenta la mia anima? Cosa mi rende felice in modo profondo? Vi invito a scrivere le vostre risposte, può aiutarci a essere fedeli a queste istanze interne e a non ignorarle. Ci si ammala nello spirito (alcune volte anche nel corpo, vista l'interconnessione del nostro essere), quando ignoriamo i nostri desideri profondi.
            Personalmente tengo sparsi per casa dei libri che mi fanno bene, ogni tanto ne apro uno e leggo qualcosa. Scrivo come degli inviti a me stessa che rispondano a un bisogno e desiderio che sento dentro e lo conservo in agenda, per farne memoria. Sono parte di un circolo di donne, che mi ricorda che siamo essere relazionali e possiamo crescere solo insieme. Cerco di far circolare continuamente buone energie dentro e fuori di me, evitare la stagnazione di idee e strutture; di aprirmi quando la società mi dice di avere paura; di osare quando mi arriva il messaggio che non serve a nulla; di tendere una mano quando vorrei voltarmi dall'altra parte; di mettere radici e ali, quando tutto intorno a me sembra evanescente o rigidezza immobile.
            Abbiamo diritto a una narrazione diversa. Per essere narratori e narratrici di uno stile di vita più umano, dobbiamo talvolta camminare controcorrente. All'inizio si fa un po' fatica: le gambe dolgono per la forza che dobbiamo imprimere, il cuore ci trema perché gli sguardi degli altri ci vorrebbero fermare, la mente ci insinua il dubbio. Ma cosa ci anima a continuare? Per me, quella voce dentro che dice, che se voglio essere felice, posso farlo solo vivendo una vita piena e che sappia rimanere in contatto con l'io profondo.
            Questo modello unico, non mantiene ciò che promette. Pertanto continuiamo a foraggiare un sistema che non ci porta benessere. Anzi, perché esista, devono esserci milioni di esseri umani esclusi dal godimento della ricchezza e, soprattutto, dai beni essenziali a una vita degna. Techo, trabajo y tierra, sintetizza profeticamente Papa Francesco. È un sistema che produce tanto sovrappiù, tanti scarti: non può essere salutare e sano un modello che genera tanta mondezza.
“Nella stagione storica attuale ci è urgente inoltre il coraggio non di fare le riforme a un sistema di dominio, ma di liberare sistematicamente le persone mutando conseguentemente le regole, le priorità e il funzionamento delle istituzioni per ricostruire la democrazia come forma di vita: questa è una scelta politica che, tra l'altro, porterà a superare l'economia omicida del nostro tempo.”**
            Mi ero ripromessa di non entrare nella hola adorante di Francesco, ma lui mi sorprende e desidero riconoscere qui la sua genialità nello scegliere la Misericordia come tema del prossimo anno Giubilare straordinario. Questa scelta ci dice che, a un'umanità ferita, ci si può accostare solo per lenire, non per raccontargli i motivi o le colpe della ferita. È un invito a riscoprire un Dio che non è onnipotente perché sa tutto, ma perché non gli sfugge nulla, è attento a tutti i dettagli, come Gesù. Ci serve misericordia e compassione per svegliare la sensibilità ai gemiti dell'umanità, ai sussurri di un altro modo di vivere la vita. Questi gemiti sono nostri perché ci gridano dentro, e sono della storia, delle relazioni, del cosmo.             
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Viviamo in un contesto plurale che è arricchente e stimolante, ma può anche essere destabilizzante, frammentante e dispersivo: immagino che, talvolta, ci possiamo sentire come in una stanza piena di rumori, suoni, immagini, voci simultanee alle prese con una decisione da prendere. Questo ci richiede, anche se non ne siamo consapevoli, un grande dispendio di energia mentale, psichica e spirituale. Per questo nella lista dei buoni propositi dobbiamo mettere anche il silenzio e la solitudine: come uno spazio prezioso, sacro, di ascolto di noi, del nostro maestro interno, del nostro intuito.
            Se siete arrivati alla fine dell'articolo, vi sarete resi conto che tutto questo lo sappiamo già: abbiamo solo bisogno che qualcuno, ogni tanto, ce lo ricordi, ce lo riporti al cuore.

Patrizia Morgante (Questo articolo è parte di un dossier sul tema della Crisi pubblicato da Mosaico di Pace a maggio 2015)

* Aldo Antonelli

** Roberto Mancini


Per approfondire
E' impossibile citare chi mi ha ispirato in queste riflessioni, perché sono tante e tanti: oltre ai testi qui sotto, vorrei ricordare quel laboratorio fantastico che è la vita quotidiana, nella metropolitana, in ufficio, in famiglia. O quelle frasi dette da qualcuno che aprono una finestra dentro di noi, di cui non percepivamo neanche l'esistenza. Grazie, quindi, a tutti i miei maestri e maestre che non sanno di esserlo.
Aldo Antonelli, Come in cielo così in terra, Gabrielli, 2014
Angelo Casati, Il sorriso di Dio, Il Saggiatore, 2014
Antonietta Potente, È vita ed è religiosa, Paoline, 2015
Antonietta Potente, Umano più umano, Le Piagge, 2013
Chiesa Cattolica Italiana, In Gesù Cristo. Il nuovo umanesimo, Ancora 2014
Leonardo Boff e Mark Hathaway, Il Tao della Liberazione, Fazi Editore, 2014
Letizia Tomassone, Per una nuova spiritualità ambientale, Claudiana 2015
Roberto Mancini, Obbedire solo alla felicità, Romena, 2014

1 commento:

  1. Hai scritto un articolo bellissimo. Vero, arrivando alla fine dell'articolo scopriamo che sono tutte cose che abbiamo dentro, sopite, e che conosciamo e crediamo tutti. Hai fatto bene a ricordarne la poesia e a ricondurla nel cuore di chi legge.

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